E se fosse un’occasione?

HUSTON ABBIAMO UN PROBLEMA

Forse c’è un problema.
Sin dall’inizio, abbiamo visto tutto ciò che stava accadendo attorno a noi come qualcosa che andava affrontato perché “negativo”.
E per carità lungi da me dire che la situazione che stiamo vivendo non sia grave, seria e realmente complessa da affrontare.

Per la prima volta dalla guerra, l’Italia intera si è fermata e già questo dovrebbe farci riflettere. Ci sono tanti lati su cui il nostro pensiero potrebbe soffermarsi.

Ad esempio potremmo pensare al fatto che abbiamo vissuto quasi 80 anni in tranquillità, 80 anni nel complesso sereni, dove anche se crisi economiche, lavorative e sociali sono state presenti, siamo sempre riusciti ad uscirne più forti e più fiduciosi per il futuro.

80 anni dove l’Italia era sinonimo di pizza e mandolino (certo anche mafia non me lo scordo), dove dall’estero veniva osservata con un occhio bello positivo. 80 anni nei quali quando dicevi “sono italiano” ti si aprivano mille porte all’estero perché, prima di tutto, l’Italia è un paese fatto d’arte, di grande eccellenze artigianali, di buon cibo, di paesaggi meravigliosi: cose che tutti ci invidiano al mondo.

E per buon tempo siamo riusciti a sfruttare tutto ciò, ne abbiamo fatto una risorsa: il turismo e l’esportazione delle eccellenze sono diventati il cuore pulsante dell’Italia. E noi grazie alla nostra grande capacità imprenditoriale ne siamo diventati diffusori orgogliosi delle nostre radici, ovunque andassimo.

Oggi? Oggi tutto quel mondo che abbiamo conosciuto per questi 80 anni… In due mesi si è ribaltato.

PUNTA IL DITO

Non c’è più la certezza di niente.
Scuole chiuse per un mese” in alcune regioni. Studenti a casa, genitori impazziti. Nonni che non vogliono più vedere i nipoti per paura di contrarre IL VIRUS.

Siamo piombati in una isteria collettiva che ha avuto come primo risultato quello di serrare dietro ad una cortina tutti i luoghi di aggregazione: dai teatri, agli oratori. Luoghi che per l’Italia sono simbolo di vita, di interazione, di crescita. Sono simbolo della nostra italianità stessa fatta di chiacchiere, gestualità eccessiva e confusione.

Sono cresciuta, come tutta la mia generazione, pensando di poter essere cittadina di tutto il mondo. E per molto tempo è stato così. Ma appena accendo la tv questa convinzione mi sembra svanita.

In questi giorni stiamo leggendo di tante discriminazioni proprio per la provenienza, come se questa fosse una ragione valida per insultare o malmenare qualcuno.

Prima sono stati i cinesi e ora siamo proprio noi. Muri invisibili sollevati per contenere il virus, che generano contrasti reali tra le persone.
E così è  montata la rabbia e lo sdegno, prima per i francesi che ci sbeffeggiavano con la pizza coronavirus e poi con la CNN che ci ha dipinti come il focolaio di tutto.

E qui si instaura la mia riflessione, in questo contesto.

Mi sembra di vedere una litigata tra bambini che cercano di darsi uno la colpa all’altro per una cosa che purtroppo oramai è accaduta.
Il virus c’è, siamo davanti ad un’emergenza globale. Nel nostro piccolo non possiamo fare tanto, ma qualcosa sì come imparare a lavarsi le mani spesso e bene… E già questo fa ridere di per sé, ma vabbè.

In generale agire con la testa: amuchina e igienizzazione oramai sono diventati un tam tam quotidiano ce la possiamo fare. Puntare il dito non servirà a nulla.

OCCHI CHIUSI

Nel frattempo intorno accadono cose tremende: dalla fuga dalla guerra dei bambini in Siria o i respingimenti con la violenza nel Mediterraneo dei migranti da parte dalla guardia costiera greca.

Eppure fatti gravi come questi, in un momento del genere sono ridotti a trafiletti marginali.

E il clima ancora una volta ci dà un segnale di allarme, ma allo stesso tempo di speranza.

L’Antartide ha raggiunte temperature impensabili e questo ne sta causando uno scioglimento velocissimo, con ripercussioni globali. E nel frattempo accade che in Cina, grazie al riposo forzato, l’inquinamento scenda in modo drastico.

In un momento così complesso stiamo facendo quello che non si riusciva a fare da anni: far finalmente respirare il nostro pianeta e ciò non è per niente negativo.

RISCOPRIAMO(CI)

Allora mi domando: perché certi cambiamenti a livello globale non siamo stati in grado di attuarli prima? Perché dobbiamo arrivare alla situazione estrema per renderci conto che possiamo anche rinunciare a prendere l’auto più spesso di quanto pensiamo, che possiamo abbracciare una mobilità lenta, fatta dei tempi, dei respiri nostri e della terra che ci offre ogni giorno le sue ricchezze?

Per riscoprire quanto è bello stare insieme e anche quanto siamo stati privilegiati per 80 anni a fare sostanzialmente quello che ci pareva… Forse mai come oggi ce ne stiamo rendendo conto.
Noi che in questo momento ci lamentiamo per non poter andare a teatro, mentre a pochi chilometri da noi dei bambini stanno perdendo la loro vita per una guerra che è più grande di loro.

E allora se non possiamo vedere i nostri nonni perché hanno paura del virus, chiamiamoli, facciamoci sentire, chiamiamoli. Agli amici spaventati, invitiamoli a casa nostra, in un luogo protetto. Laviamoci le mani dopo esserci soffiati il naso. Apprezziamo di più i momenti in cui possiamo condividere dei momenti con le nostre famiglie.

Insomma siamo più umani.

È innegabile che le attività commerciali o turistiche siano in questo momento in una profonda crisi. Così come è evidente che ci sarà sicuramente da lavorare e ragionare su come ridare vita a questo settore, magari ripartendo proprio dalla turismo italiano stesso.
O forse serviranno nuove idee più originali… Sicuramente questa situazione ci sta fornendo una preziosa occasione per riflettere, pensare, ideare e progettare fuori dai nostri schemi tradizionali, fuori dagli schemi che negli ultimi 80 anni ci hanno governato.

Dovremmo tutti cogliere questo momento di stop forzato nel modo più positivo possibile. Perché c’è, è concreto e non possiamo sfuggirgli.

Ma possiamo scegliere noi come viverlo.

E accanto al #maiunagioia, la mia è anche la generazione del #nevergiveup.
E io ho deciso (forse un po’ in modo illusorio qualcuno potrebbe dire) di viverlo così. Con speranza costante e dicendo un “grazie”, mai scontato, a chi sta lavorando per farci passare questa tempesta il più velocemente ed indenni possibili.

 

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